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Speciale - Giovanni Galeone - Guerin Sportivo nr.23 1992
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dal GUERIN SPORTIVO, a. LXXX, n.23, 3-9/6/1992
Pescara, e ora fai il Foggia!
di MATTEO DALLA VITE
 
Stessa spiaggia, stesso mare. Cinque anni dopo. E allora abbracciamo il Galeon-pensiero, capace di travolgere miti e contromiti, santoni, azzeccagarbugli e pronostici più o meno stravaganti. E imbarchiamoci pure sul Galeon-giocattolo, uno di quelli che ti mandano in sollucchero appena viaggiano con limpida efficienza e che ti san tentare tre volte tanto: per freschezza, lucidità e velocità. Sissignori: con l'uomo abbonato alla svolta il Giann(i) Burrasca senza salvagenti dialettici e con l'unico Grande Ideale di ripagare un popolo che riteneva tradito, il Pescara ha riallacciato il filo col calcio che conta, dimostrandosi trasgressivo, pungente, bello da morire. E' stato invincibile, calcolatore quando il tempo volgeva al brutto, spigliato, ammirato e ammirevole. Effervescente, dotato di sincronismi invidiabili, ha offerto spettacolo, ha deriso il mondo cadetto, segnato gol a raffica e divertito. E il cocktail si è concretizzato davanti a una platea che sognava il bis di Galeone, e il poker di tutta la storia biancazzurra. Stessa spiaggia stesso mare? Sì, quello che il Messia sogna e adora, e quelli di una città che senza Messia non sa vivere bene e in pace con se stessa.
Un anno fa, il vaticinio. Era novembre e su questa riva dell'Adriatico andò in scena il solito romanzo. Il Pescara non va e allora via chi c'è (Mazzone) e dentro Lui, l'Indimenticato, il profeta, il trascinatore. Galeone arrivò e disse: «Sono qui per riportarvi in serie A». Risultati: il campionato finì come finì e il Pescara si salvò all'ultima giornata di un torneo da dimenticare. Ma c'era un ma: la squadra non era sua, non era costruita e assemblata secondo i suoi regimi di pensiero, secodo i suoi «grilli». E tutto piombò nell'anonimato. Poi, la riconferma, una pace definitiva e consacrata col rientrante Scibilia (col quale c'erano state incomprensioni) e finalmente una nuova vita. La promozione di oggi si chiama Massara, si chiama Allegri, si chiama Bivi e si chiama in mille altri modi. Tutti «soprannomi», però, perché il vero artefice è stato proprio Galeone: lui ha costruito il giocattolo, lui ha cementato ragazzi e uomini facendoli sentire fratelli, amici. Lui li ha scelti e voluti; lui, con loro, ha fatto la sua ultima scommessa: rilanciarsi o estraniarsi. Lui, lo stesso di cinque anni fa: la stessa birra prima di andare a letto, la colazione davanti al mare, l'idea di allestire un bastimento travestito da peschereccio con la solita carica umana che ha l'effetto di un cemento armato. Nessuno ci credeva: ma Galeone, azzardando su se stesso, ha vinto un anno fa. Come ha voluto.

Miscela esplosiva. Grandicelli o meno, svezzati e imberbi, talenti e volponi. La conferma di elementi di comprovata esperienza come Righetti, Bivi e Camplone; l'esplsione atomica di giovani come Massara e Allegri, per la prima volta affacciati a una ribalta così competitiva; la rigenerazione del "figlioccio" Pagano, la definitiva maturazione di Dicara e l'efficienza di Savorani: quelli sono stati i segreti del Pescara. I voti non contano e i giudizi ancor meno. Bando alle banalità son tutti da otto. E non conta se Bivi sembrava finito o se la difesa ne prendeva troppi: perché c'erano Pagano e Massara o i colpi di testa di Dicara, e perché poi l'attacco ne infilava più di quanti la terza linea ne prendeva. Questa squadra è stata una sorpresa: dopo i due rovesci consecutivi con Padova e Modena (26 gennaio) c'era tutto per poter dire arrivederci. E invece la forza di reazione è stata elettrica, impulsiva e ripetuta: davanti a un calendario da urlo, i galeoniani hanno stretto i denti e fatto scintille. Da allora, una sconfitta (a Brescia) e tanti abbracci, addirittura in quei cinque scontri diretti consecutivi (Bologna, Ancona, Cosenza, Reggiana e domenica l'Udinese) che hanno sancito la cavalcata più bella del campionato.

Come ti ripropongo la zona. Galeone ha vinto soprattutto una partita: quella della zona a tutti i costi. Nella stagione in cui, per i rispettivi motivi, gli Orrico, i Maifredi, i Marchioro, in parte Zeman e tanti altri hanno fallito, lui ha ridato linfa alla propria inalienabile concezione calcistica. Con lui si rinnova una sfida al calcio catenacciaro, alla uomo che non coinvolge, che magari vince, ma che non ti diverte. E la sfida continua. Lassù, dove il rischio è massimo e le soddisfazioni multiple. Se le sai creare. In bocca al lupo.

Scibilia-Marino: binomio super. E l'apporto della società dove lo mettiamo. In second'ordine? Sia mai. Questo gioiellino ha sbancato il mondo cadetto e smentito tutti i denigratori anche grazie all'abilità dei "papaveri" biancazzurri, dotati di fiuto e capaci di non azzardare una mossa più del dovuto. Non hanno sbagliato una virgola, hanno fatto tutto per ridare lustro a una città che sogna ad occhi aperti. L'ingresso di Scibilia, ora presidente, ha conferito al sodalizio quella solidità economica necessaria per portare avanti programmi invidiabili; ma soprattutto l'avvento di Pierpaolo Marino ha permesso di creare qualcosa di oculato, di vincente: il nuovo direttore generale siè adoperato nella costruzione del Pescara tenendo d'occhio il bilancio e le esigenze tecniche di Galeone. Complimenti.

Il Pescara come il Foggia. Quanto a modulo di gioco ci siamo, quanto ad affiatamento pure, quanto a società non c'è problema, quanto a stranieri, ecco, qui è tutto da vedere. Ma andiamo per gradi: Galeone come Zeman, pervicace assertore di una zona pura che piace a chi piace. Come è successo a Foggia, Foggia che si sta ricostruendo e Foggia che, se non avesse sballato in difesa, avrebbe suonato la stessa musica di inizio campionato. Ed ecco allora che ci vuole un centrale di grande affidamento, quello in pratica che ti registra il tutto. Sul mercato serve una punta (Bivi non può fare i miracoli) e un metodista, anche se Gelsi sarà probabilmente riconfermato. E il metodista potrebbe essere Leonardo Ruben Astrada, un '70 che ha vinto l'ultima Coppa America con l'Argentina. Già, Pescara come Foggia: la piccola che può diventare grande, che sa divertire, che sa creare qualcosa di vero e di duraturo. E perché non crederci? Le basi ci sono. Il Foggia diede spettacolo in B, e così ha fatto il Pescara. Il Foggia ha dato giovani alla Nazionale, e così farà probabilmente il Pescara. Il Foggia non ha saputo equilibrare forza d'urto e difetti difensivi. Ed è solo qui che il Pescara deve fare un bel distinguo. Sennò lo spettacolo rimane spettacolo. Ma diventa improduttivo. E allora, in bocca al lupo!
 

 

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